default-logo
drscola@gmail.com | +336 21 21 22 32
30
JUIL
2018

Bilinguismo infantile et costruzione dell’identità, una intervista al Dr Franck Scola di Benjamin Pelletier

Articolo tradotto dal francese da Giancarlo Glaray.

 

Benjamin Pelletier Gestion des risques interculturels http://gestion-des-risques-interculturels.com/

Leggere l’articolo originale in francese nel site francese Gestion des Risques Interculturels

 

Comprendere e accompagnare l’infanzia bilingue. Per i genitori, gli insegnanti, i professionisti medico-sanitari e del sociale. (Tradotto dal francese da Marco Caccavo)

Il dottor Franck Scola che ha publicato « Comprendre et accompagner l’enfance bilingue » (tradottto in italiano, inglese e spagnolo, e fra poco in russo), distribuito da Hachette edizioni. Questo scritto é il frutto di anni di ricerca, di osservazzione e di pratica medica. Ho letto il libro con immenso piacere e attenzione, e  il dottor Scola ha simpaticamente accettato di rispondere a qualche domanda su questo  appassionante soggetto. Lo ringrazio molto e se volete procurarvi il suo libro,  chiedete alla vostra edicola o presso i Relay Hachette, e via internet ai seguiti leghi: sito dell’editore Bookelis, Fnac, Amazon, Decitre…

La diversità tra le situazioni di bilinguismo

Benjamin Pelletier – Uno dei meriti del suo libro é di aprire il dibattito sulle delle idee preconcette sul bilinguismo. Ci spiega, per esempio che il bilinguismo equilibrato é estremamente raro e che « il bilinguismo non si aggrega a due monolinguismi in una singola persona » (pagina 111)  finalmente, come si possono distinguere le differenti situazioni di infanzia bilingua ?

Franck Scola – Di fatti, mi é sembrato primordiale di smantellare i preconcetti che pesavano sul tema dell’infanzia bilingue. Ecco perche nella prima parte del libro, si trovano parecchie definizioni e precisioni teoriche. Era sopratutto importante incominciare a definire le diverse forme di  bilinguismo e di organizzare una tipologia. Come lei segnalava, io sottolineavo in preambulo il fatto che un individuo bilingua, non parla perfettamente ogni una delle due lingue, e non possede tra l’altro neanche una parità di competenze nelle diverse lingue. Un bilinguismo equilibrato  dunque non esiste, nell’uso ci sara sempre una dominanza di una lingua sull’altra, dipendera a volte dal contesto (familiare o professionale) dal registro (sostenuto, corrente, o familiare), o dal periodo di vita secondo un esposizione piu o meno prolungata ad una delle lingue. Le situazioni di bilinguismo si possono distinguere grazie ad una classificazione seguendo questi criteri, cronologia dell’insegnamento di ogni lingua (bilinguismo precoce o tardivo, simultaneo o consecutivo) attitudine a capire senza parlare una delle lingue (bilinguismo passivo), capacità a parlare le due lingue (bilinguismo attivo) associazione della parola e del pensiero in ogni lingua (bilinguismo cordinato o composto) effetto del bilinguismo sulla competenza comunicativa (bilinguismo additivo o sostrattivo) et poi, quello che é importante, nel bimbo bilingue, al di la delle capacità linguistiche (nell lessico, la sintassi, la grammatica e la fonologia) é la sua bilingualità, ossia il  modo di vivere il suo bilinguismo. Il quale prendera in conto il suo funzionamento infantino, il suo sviluppo affettivo e identitario, l’affiliazione culturale, ma anche la sua storia singola, e familiare, le sue eventuali esperienze migratorie, e la sua origine socio-intellettuale. Di fatto, esistono altrettanti tipidi bilinguismo che di individui bilingue.

 

BP- Nel caso di coppie miste, i figli imparano generalmente le lingue dei due genitori, quella del padre, e quella della madre, ma come lei segnalava precedentemente, c’é sempre una lingua che domina generalmente l’altra, per esempio perché la famiglia vive nel paese di uno dei due genitori e che il bimbo é piu esposto alla lingua del paese di residenza. Non si corre il rischio che questo fenomeno squilibri la famiglia, facebdo in modo che il bimbo si senta piu vicino al genitore di cui pratica meglio la lingua ? 

FS- In una coppia culturalmente mista, la relazione amorosa é particolarmente piena di passione e curiosita reciproca fino alla nascita del primo figlio. Dopo di che sopraggiunge la rivalita  sulla trasmissione linguistica e culturale alla progenitura, il figlio, che é la conseguenza biologica dell’unione tra il padre e la madre di lingue e culture differenti. La scelta di una educazione bilingue e biculturale non é che facoltativa. Una disparita di trasmissione di  una delle due lingue e culture é inevitabile. Come sempre i genitori dovranno fare delle concessioni  di adattazione e di psicologia nei confronti l’uno dell’altro, anche e sopratutto, nel progetto educativo  in favore del figlio. Nel mio libro, distinguo due casi su questo punto: le coppie miste che sono residenti nel paese di uno dei due sposi, e quelli entrambi installati in un altro paese, nel primo caso, uno solo dei due genitori é di lingua straniera nel paese di residenza ed é dunque solamente facoltativa, nel secondo caso i due genitori sono di lingua starniera, dunque il caso di trilinguismo, bilinguismo e monolinguismo risultera dal consenso dei genitori e dall’importanza data a ogni lingua nell’educazione del bimbo. Lo strapazzamento subito dal bambino, che la sua  interrogazione  suggerisce, deve essere anticipata, analizzata e ragionabilmente pesata dagli adulti. Rimane vero che tra un genitore e un figlio che usano la stessa lingua parlata, i sottointesi, le cose non dette ed i taboo, potranno essere espressi più facilmente, dunque una maggior complicità ammigliorera la vicinanza affettiva. Pero in un contesto intrafamiliare, l’aggiustamento linguistico ed il miscuglio culturale sono fattori dell’armonia relazionale tra ogni soggetto ed il loro rispettivo posto da occupare, con il proprio statuto linguistico e culturale.

 

BP- Le racconto un aneddoto personale. Qualche anno fa, ero emigrato in Arabia saudita, durante un lungo periodo non ho parlato che l’inglese, sia nel lavoro che nei momenti di distrazzione, mi sono messo a pensare in inglese e anche a sognare in inglese, mi ricordo di momenti di panico e di paura in cui ho avuto la sensazione di perdere il mio francese. Questa angoscia é possibile ritrovarla con dei giovani bilingue, per esempio nati all’estero, arrivati in Francia dopo un emigrazione dei genitori, e che non hanno piu l’occasione di praticare la lingua locale del paese di nascita?

 FS- Grazie per questa asserzione molto significativa, ci permette di comparare il comportamento linguistico di un adulto e quello di un bambino. Durante il suo lungo soggiorno, il suo esercizio della lingua francese si é rarificato, e la competenza comunicativa é diminuita, questa regressione ha potuto incidere sull’uso delle riserve di vocabolario, l’organizzazione della sintassi, l’uso delle regole grammaticali, le matrici fonetiche (pronuncie, accenti e intonazioni) ma é sopratutto la memoria istantanea che é in causa in questi casi, e le manifestazioni evolutive del linguaggio si vedono negli automatismi o ancora nella spontaneita della costruzione di una frase ed il fatto che é il farancese, lingua detta materna  che ha subito  l’erosione che le ha causato il disagio  e ancora di più perché é la lingua ufficiale del paese di cui e nativo. Il sentimento che mi ha descritto, dicendo « percepire come un angoscia » é direttamente legato all’importanza che é data alla lingua, al fatto che rappresenti il gruppo nazionale al quale si appartiene, e si aggiunge  al  pensiero di conservare il proprio carattere identitario. La rappresentazione mentale di una lingua, si forma presto nella vita, ed é  presente nel bambino, insieme all’associazione del linguaggio e l’appartenenza a un gruppo (familia, nazione, regione, strato sociale…) é già presente nella coscienza  dall’inizio della vita. E per finire e rispondere concretamente alla sua interrogazione, i bambini stranieri, residenti sul suolo Francese capiscono rapidamente che sono soggetti a rischio di attrizione della lora lingua d’origine, sarebbe a dire la perdita dell’abilita, nell intendimento e nella produzione. Questa presa di coscienza non occasionera ansia su tutti i soggetti, secondo la stategia identitaria vissuta nell’ambito in cui cresce il bambino, egli dara piu o meno imprtanza alla preservazione del bilinguismo familiale. La perspettiva di un eventuale ritorno nel paese d’origine potrebbe costituire un bisogno vitale per il mantenimento .

 

Costruzione identitaria e interculturalità

BP- E cosa mi puo dire sulla vicinanza, o distanza geolinguistica delle lingue del bambino bilingue? Ha constatato delle particolari difficolta per un bambino che parla, per esempio francese e spagnolo (da cui forse un rischio di confusione, prendere una parola per un’altra, o confondere un maschile con un femminile) o ben che parli francese e giapponese? 

FS – Nello sviluppo linguistico al contatto di due lingue, il bambino incontra successivamente una fase ricettiva (in cui ascolta e si sforza di capire ogni parola delle due lingue) e una fase produttiva (dove pronuncia le parole, poi compone delle frasi grazie alla ripetizione dei tentataivi, degli errori e degli aggiustamenti). Durante la fase ricettiva, il neonato immagazzina in modo rinfuso tutti gli annunci ascoltati (parole o espressioni) in ogni una delle lingue, senza apparentarle a una delle due. Poi avviene una separazione, ogni parola é riattaccata ad una lingua, ogni lingua a dei contesti o a degli interlocutori. Ogni lingua coesistente nell’individuo puo avere un influenza sull’altra sopratutto se queste lingue sono vicine (italiano e portoghese, olandese e francese per esempio) perche la separazione é meno evidente per il fatto che una serve da referenza all’altra nelle loro similitudini. Più ci sono similitudini tra di loro, più ci saranno miscugli tra le due lingue. Saranno più frequenti nelle frasi del locutore bilingue, sopratutto nella fase di sviluppo linguistico (i sei primi anni della vita). Queste manifestazioni di miscuglio delle lingue nel linguaggio orale possono essere osservate nel vocabolario (la mia teacher é gentile) nella sintassi (io sono cinque anni) e nella grammatica (papa é guidando la sua macchina) o nella fonetica (accento estero).

BP- La lingua non é una semplice cassetta degli attrezzi,lei ci precisa regolarmente quanto porta in se valori e rappresentanze, c’é nel suo libro il caso della piccola Viola che quando si mette a parlare in italiano, adotta un intonazione ed un linguaggio corporale che non ha quando parla in francese. É possibile che il bilinguismo infantile crei una flessibilita interculturale?

FS- Di fatti, la lingua non é solamente quel codice d’intercompreansione estremamente soffisticato e soggetto a delle regole, si tratta anche di un bene culturale , un legame comunitario, un propogatore d’affetto, la parola esprime altrettanto il non detto che il detto, per cui l’apporto ricchissimo della psicolinguistica e della sociolinguistica completano la linguistica che lei si limita allo studio dei meccanisi della lingua. Ad ogni parola o ad ogni formulazione in una lingua, il soggetto gli asocia un idea o un emozione unica e personale ed é ciò che ha permesso lo studio della psicologia dello sviluppo, la pedopsichiatria e da poco le neuroscienze. Il bambino possede presto l’attitudine alla contestualizzazione linguistica, associando ogni lingua parlata a delle  persone (per esempio la famiglia materna), una situazione (il bagnetto, il gioco, il pasto, le sgrida) un registro (familiare, corrente o sostenuto). La piccola Viola, quatro anni, di cui la mamma é italiana e il padre britannico vive in Francia. Dal suo trilinguismo precoce possiamo osservare una scelta della sua lingua, non soltanto secondo  gli interlocutori, ma anche secondo i soggetti  discussi ed il tono dello scambio. La sua prosodia (manifestazione corporale associata al linguaggio verbale) non é la stessa nei suoi discorsi nelle differenti tre lingue. In lei é l’italiano che é il piu esclamativo, e li che le sue mani e la sua mimica partecipano di piu alla sua espressione, di fatto l’espressione linguistica é presto marcata sul piano culturale e sociologico.

 

BP- Possiamo o dobbiamo concludere ad una elasticita interculturale ?

FS- Non necessariamente. Ben che questo legame tra lingua e cultura si fissi presto nello sviluppo del linguaggio e nella socializazzione, non procura obligatoriamento quello che lei chiama « elasticita inetculturale ». Certo che un beneficio del plurilinguismo é l’acquisizione di un più grande senso del relativo, nella misura in cui ogni insegnamento é sollevato in due lingue differenti, e dunque catturato sotto due punti di vista culturali differenti. Tuttavia, l’unione tra lingua e cultura non é costante, e poi la lingua dominante di una persona non corrisponde invariabilmente alla sua cultura dominante (alla stregua di Lawrence d’Arabbia). Un altro contro-argomento, la scelta di un pluringuismo facoltativo familiale puo essere motivato dalla volonta di esaltare una identita, di distinguersi dal  gruppo addirttura di isolarsene. Ed é in particolare il caso dei figli di militanti regionalisti, separatisti o independentisti in diverse regioni del mondo. Senza affermare che queste ricerche di inserimenti siano un ostacolo volontario ai ponti interculturali, non resta meno un intenzione di raggrupparsi in una comunità che si impone per la lingua differente di quella prevalente nell’ambiente.

BP- L’ultimo caso é molto istruttivo, suppone che il piu importante nel plurilinguismo rimane il progetto che si sottointende, per quanto mi riguarda ho il ricordo di un diplomatico francese, perfettamente arabofono, che era appena stato nominato all’ambasciata di Francia  a Riyad. Il primo giorno dell’affettazione é stato presentato alle autorita locali ed ha tenuto un discorso in arabo, lunghissimo, e sopratutto cercando di far vedere e dimostrare ai suoi interlocutori che conosceva meglio di loro il contesto locale, nazionale e geopolitico. L’impatto d’eccellenza scagionato dal diplomatico lo discreditò durante i tre anni della sua missione tutto ciò rinforza l’idea che sapere (una lingua, un contesto culturale) non implica sapere (competenze interculturali) questa osservazione la ritrovo in una frase del suo libro che mi ha colpito « il conoscere perfettamente una lingua internazionale, non rende la persona internazionale » (pagina 201) per altro, il lato negativo del bilinguismo del bambino non sarebbe il rischio di un rottura identitaria a l’adolescenza o all’età adulta? Mi riferisco più precisamente ad un bambino di cui il padre é marocchino e vettore di certi valori tradizionali legati ai doveri familiari, religiosi, e la madre francese, più marcata da un contesto individualista e secolarizzato.

FS- In fatti, l’adolescenza é un periodo di fragilità marcato dai tormenti intorno all’identità, ma ricordiamoci che comunque la costruzione identitaria comincia dalla piccola infanzia e non a l’adolescenza, in particolare con l’acquisizione del linguaggio orale in una o più lingue, sinonimo dell’entrata in un gruppo (caratterizzata da un lessico delle frasi tipiche, un accento, dei gesti…). Ma é dalla pre-adolescenza che l’appartenenza a un  gruppo, l’identità, non e solo più della problematica, ma un problema eventuale, gli aggiustamenti narcisici che si operano, fanno che questo periodo dello sviluppo della persona sia influenzato dallo sguardo degli altri. L’esempio da lei citato, quello di un bimbo di una coppia mista che vive nel paese di uno dei due sposi, é solo un caso particolare. La strategia identitaria del nucleo familiare e poi la scelta dell’adolescente consistera nel trovare la sua realizzazione nel suo contesto e alla sua epoca. Il linguaggio essendo un segno identitario forte, l’individuo sviluppera allora più o meno questa o quella lingua, potra mettere da parte quella del genitore straniero se si mette in una dinamica assimilatoria o d’integrazione, o al contrario, potra esaltare la lingua familiare con degli impresti (parole o annunci di una lingua straniera in un discorso pronunciato nella lingua principale).

 

Gli ostacoli alla presa in conto del bilinguismo

BP- Lei insiste più volte sul rischio corrente di diagnosi sbagliate in quello che concerne  il disturbo del linguaggio, i problemi particolari abbinati al bilinguismo sembrano essere poco e mal presi in conto dal corpo insegnante o medico in generale, per quale ragione?

 FS- In primo luogo, le specificità dello sviluppo propria a l’infanzia che cresce con diverse lingue  non sono insegnate nell’ambito della formazione di queste professioni, comunemente l’alievo o il paziente bilingua e preso in conto come un monolingue con accessoriamente qualche adattazione improvvisata, sia da un insegnante che dal medico, parlo di improvvisazzione perche in assenza di consenso, ogni autore si basa sulla sua « cultura generale », la propria esperienza personale su di alcune letture di publicazioni, in cui le versioni sono diverse e anche contradittorie. Certi insegnanti, ortofonisti, psicologi, o dottori, sono coscienti della carenza delle formazioni basiche e della neccessita di completarle. Altri sono convinti di poter formarsi « sul campo » ma alla fine delle mie lezioni di formazione, ammettono non aver capito prima, quanto le nozioni relative allo sviluppo del bambino in un contesto bilingue sono cruciali e che le avavano fino inanzi ingiustamente  lasciate da parte. La sua attenzione é stata attirata dal rischio delle diagnosi abusive del sindrome del linguaggio, si tratta in fattidi una triste illustrazione dell’insufficente presa in conto delle specificità dello sviluppo dei bambini bilingue, le conseguenze possono essere talmente gravi che é con allarmismo che lo indico in diversi capitoli del libbro.

 

BP- Lei solleva il problema di ortofonisti insufficentemente formati per tenere conto del bilinguismo. C’é addirittura una resistenza dalla parte della corporazione, una resistenza che sta perdendo credito grazie all’interesse crescente negli studenti in ortofonia per questa problematica. Lei ci vede un segno positivo delle evoluzioni in corso, ma mi sembra che accusiamo comunque un bel ritardo, da dove puo venire questo freno ?

 FS – Prima di tutto, a loro difesa, gli ortofonisti francesi non hanno la possibilita legale di specializzarsi, certi possono sviluppare delle competenze più approfondite in una materia (bilinguismo , conseguenze di malattie neurologiche, adulti, bambini) o lavorare in centri specialistici (pediatria , neurologia) ma la maggior parte esercita in modo liberale, a questo titolo sono generici, in oltre, le offerte di formazione sono rare nell’ambito del bilinguismo, e poi hanno una attivita talmente intensa, che dispongono di poco tempo per la formazione continua ma ammetto, che per certi professionisti esiste poca coscenza della necessita di formarsi in quel domenio. Tuttavia, un crescente numero di studenti in ortofonia scelgono  soggetti addiacenti all’infanzia bilingue come tesi  per il diploma, anche se il loro programma di formazione non comprende specifici insegnamenti consacrati all’ortofonia in situazione di bilinguismo e di fatti se ne lamentano e lo richiedono. Solo tutto ciò che é regolarmente espresso nelle tesi constituisce la quasi totalita della letteratura scientifica sul ortofonismo applicato al bilinguismo, i riferimenti bibliografici con i quali lavorano vengono generalmente da altre discipline, come la psicolinguistica, la sociolinguistica, la psicologia sviluppamentale, le neuroscienze o ancora, la scienza dell’educazione. Questa complementarita delle discipline é propria all’approccio interculturale, che ha spesso mancato alla scuola francese di linguistica. Tutto ciò mi rammarica, perche considero il francese Ferdinand de Saussure come il padre di questa scienza.

 

BP- Vediamo dunque che esiste dei freni francesi alla presa in conto del bilinguismo e che il suo lavoro permette allo stesso tempo di prendere coscienza e ad aprire delle piste per poterne tenerne conto nell’avvenire, quale é la situazione negli altri paesi ?

  FS –  Direi che per delle ragioni diverse, questo ostacolo esiste anche in Gran Bretagna per la professione di speech therapist (simile all’ortofonista senza esserne l’equivalente) in Italia dal logopedista anche se la sopravvivenza delle lingue regionali sia una circonstanza di bilinguismo precoce frequente. Questi paesi hanno in comune di avere una sola lingua ufficiale, tra l’altro la francofonia e l’anglofonia sono cosi estese nel mondo e nel settore d’attività mondializzato, che la necessita di curare un bilinguismo non é molto incoraggiata, in paragone nei paesi di tradizione bilingue o multilingue gli attori sembrano meglio preparati, in Belgio per esempio, i terapeuti del linguaggio prendono immediatamente conto nella loro diagnosi lo statuto monolingua o plurilingua del paziente preso in cura.

 

BP- Dottor Scola , la ringrazio molto di aver condiviso con noi le  tante e ricche considerazioni.

 

 

Tradotto dal Francese all’Italiano da Giancarlo Glaray
Nella sua infanzia torinese, Giancarlo ha beneficiato di un bilinguismo simultaneo precoce  in Piemontese e Italiano,in senno ad una famiglia, particolarmente marcata dall’esercizio musicale, valorizzando sia la lingua nazionale che la lingua regionale, é come cuoco che rapidamente esprime il suo talento  tutto continuando a dimostrare il suo profondo attaccamento alla terra e la cultura Piemontese. Attraverserà le frontiere di diversi paesi, alla ricerca di emozioni ed esperienze gustative diverse per poter affermare e diversificare la sua arte culinaria. Si definisce volentieri come cuoco interculturale e poliglotta, per via delle diverse influenze inserite nelle sue creazioni, e riesce ad adattarsi facilmente alle esigenze  gustative dei suoi  ospiti. Ma é in Provenza che finira per stabilirsi, rallentando cosi il suo nomadismo. La cucina é un mestiere esigente, dove la precisione sematica é molto importante,ma ovunque Giancarlo passa ed in tutte le lingue in cui parla,subito si notano i talenti di oratore,la trasparenza e l’eleganza del suo stile verbale,la ricchezza del suo vocabolario,la precisione sintassica e grammaticale. Se oggi lo prova con le traduzioni del Dr. Franck Scola, il suo gusto per i giochidi parolee delle frasi é visibile sopratutto quando racconta barzellette e intona delle canzonette.